Su consiglio di un’amica ho letto la prima prova narrativa di Antonio Semerari, psicoterapeuta cognitivista di riconosciuta fama, che ha tra l’altro offerto una classificazione delle cosiddette funzioni meta cognitive, funzioni di cui ci serviamo o meno nell’interazione con gli altri, per meglio comprenderne il punto di vista. Così, cercando di esercitarmi, lungo tutto il preambolo, ho indicato capitolo per capitolo le funzioni meta cognitive dominanti, fintanto che la lettura non mi ha preso la mano. In effetti mi sono accorto che l’esercizio in cui mi stavo applicando era di per sé impossibile da portare a termine, poiché le scene che ciascun capitolo descrivevano assai spesso ricorrevano a semplici funzioni narrative. Sia ben chiaro, non sono un amante dei libri di ricostruzione storica, ma l’opera di Semerari mi ha subito conquistato per il linguaggio scorrevole e nient’affatto barocco. Mi sono limitato allora a seguire lo svolgersi delle vicende così come venivano presentate nel libro e ad indicare i punti in cui mi pareva si volesse fondare una sorta di principio morale sul “decentramento”, ovvero quella funzione attraverso cui è possibile percepire ciò che gli altri sentono e che qui viene definita quale fondamento di una più giusta e solidale convivenza sociale. La proposizione viene ripetuta nel corso del libro più di una volta e dà forma letteraria anche ad alcune scene di particolare rilievo. Infatti laddove un personaggio negativo rischia la vita Semerari subito s’affretta ad assumere il suo punto di vista, malgrado ci siano ottime ragioni per interpretare un più facile atteggiamento giustizialista. In questo modo l’autore costruisce uno sguardo a metà tra l’empatia e la neutralità, capace di rendere conto del “particolare” di ciascuno, e dei moti più intimi dell’anima di ciascun personaggio, pur evitando di cadere in facili sentimentalismi. La storia è facilmente riassumibile. Don Francesco Caracciolo insospettito dal comportamento del padre negli ultimi anni della sua vita si convince che sia stato vittima di una malia per conto del sarto Faraone, uomo gretto e meschino. Accusato di stregoneria Faraone andrà incontro alla morte proprio negli anni in cui il duca di Martina comincia a perdere pian piano potere. Potere sui propri figli – Petracone, Giacomo e Maria Rosa – nonché sui suoi sudditi, su cui spiccano le figure di Francesco Barnaba e Peppino Cavallari. Questi sono decisi a ribellarsi ai soprusi del duca, che assai spesso procede a vere e proprie requisizioni sulle loro terre. Si scontrano così due modelli: gli universalisti da un lato, decisi a mettere fine alla legge criminale che assicura al duca il potere di esercitare una giurisdizione ingiusta e feroce, e i zelanti, coloro i quali rimangono fedeli alla famiglia Caracciolo. Nel frattempo scoppia la guerra tra gli Asburgo e Carlo III di Spagna; Peppino Cavallari è stato ucciso da uno sgherro del duca, e ha lasciato quale discendente della sua famiglia Giovanni, giovane intrepido quanto incosciente, che vuole partecipare all’azione militare in difesa del regno di Napoli. Schierarsi con gli spagnoli infatti vuol dire da una parte assicurarsi una legge reale a cui sottostanno anche i baroni e dall’altra avere un tribunale regio a cui ricorrere per difendersi dalle loro ingerenze. Tra amori rubati e poi perduti, l’impresa otterrà successo. L’esercito asburgico si ritira al di là delle colline di Velletri e la scena si sposta nuovamente su Martina, in Puglia. Qui si cerca di “detronizzare” il duca in virtù del delitto commesso al sarto Faraone, ma l’esito del processo è contrario, per via di un indulto concesso tanti anni or sono. D’altra parte il nuovo vicerè si fa portavoce di una politica di pacificazione. C’è stato un momento in cui ha richiamato la fedeltà della nobiltà del regno, quando si temeva il peggio, essendo Napoli sott’attacco delle navi Inglesi, ma adesso è giunta l’ora di perdonare i tumulti e imporre nuove leggi, come quella relativa al catasto, che disciplini i confini tra le varie terre e tra i vari possedimenti. Giovanni torna dalla guerra, si sposa, ma ancora non ha vendicato il padre. Lo farà laddove vedrà ricomparire il suo assassino, Rocco Goffredo, di cui teme a ragion veduta un agguato. Riuscirà a vendicarsi della morte del padre facendolo correre lungo le colline che dal fondo valle risalgono la collina fino a Martina, incalzandolo con il cavallo e la spada sguainata: un infarto. Sono gli ultimi fuochi di questo sorprendente romanzo, che si chiude sulla morte del duca per via di un malanno. Ma anche qui lo sguardo di Semerari non è giudicante, quanto piuttosto empatico, capace di restituire il senso dei suoi più profondi sentimenti. Così come altrettanto bene riescono quelle scene in cui si dibatte circa questioni politiche e filosofiche individuando differenti punti di vista: una su tutte un pranzo in cui si risalirà al diritto romano quale possibile modello per una buona giurisdizione. Dall’altro lato, Giovanni, a cui il duca – prima di morire – ha regalato una custodia con due pistole, finisce per essere l’uomo del nuovo secolo, quello che vedrà la rivoluzione francese e le invasioni napoleoniche. Sono questi gli ultimi fuochi a cui sembra voler alludere Semerari: il passaggio dall’epoca dei feudi e dei baronati a quello dell’illuminismo repubblicano. In questo senso tutto il libro è un’interessante riflessione su quel brodo culturale da cui scaturì l’epoca dei lumi, così come venne poi vissuta in Italia e tutti quei capovolgimenti storici e politici che sarebbero di lì a poco avvenuti. Ma questa operazione viene svolta attraverso una narrazione ricca, ma mai ridondante, nell’intento di ricordare le battaglie che una comunità può muovere contro il proprio governante, ma pur sempre con un occhio compassionevole verso tutti i personaggi della vicenda, come se ognuno per costrizione o per libertà abbia compiuto il proprio ruolo in quel gran quadro che è la storia europea del ‘700.
“L’amante degli ultimi fuochi” di Antonio Semerari, ed. Piemme
Antonio Semerari e l’amante degli ultimi fuochi.
27/04/2011 di lamacchinadascrivere